Sulle classi di esposizioni del calcestruzzo

Qualche giorno fa un amico mi ha segnalato questa discussione sul forum di ingegneria riguardo le classi di esposizione del calcestruzzo, chiedendomi di intervenire. Dopo una scorsa veloce degli interventi altrui mi sono accorto di come ci sia confusione su cosa siano le classi di esposizione. Non avendo tutti la stessa definizione è quasi inevitabile non concordare sulle conclusioni del ragionamento.

La norma europea la UNI EN 206-1 riporta la seguente definizione:

Le azioni dell’ambiente sono classificate come classi di esposizioni nel prospetto 1. Gli esempi forniti sono informativi. Le classi di esposizione da scegliere dipendono dalle disposizioni valide nel luogo d’impiego del calcestruzzo. Questa classificazione dell’esposizione non esclude considerazioni in merito a condizioni speciali che possono esistere nel luogo di impiego del calcestruzzo o di misure protettive quali l’uso di acciaio inossidabile o altri metalli resistenti alla corrosione e l’uso di rivestimenti protettivi per il calcestruzzo o per l’armatura.

Il calcestruzzo può essere soggetto a più di una delle azioni descritte nel prospetto 1 e può essere necessario esprimere le condizioni dell’ambiente alle quali esso è esposto come combinazione di classi di esposizione.

Le diverse superfici di calcestruzzo di un dato componente strutturale possono essere soggette a diverse azioni ambientali.

Vediamo ora le definizioni delle varie classi:

DenominazioneDescrizioneEsempi di situazioni tipo
Nessun rischio di attacchi o di corrosioneX0Calcestruzzo non armato e non esposto al gelo, all’abrasione o ad attacchi chimici.Interno di edifici con umidità  dell’aria molto bassa
Corrosione delle armature favorita dalla carbonatazioneXC1Asciutto o permanentemente bagnatoAll’interno di edifici con bassa umidità. Cls costantemente immerso in acqua
XC2Bagnato, raramente asciuttoFondazioni
XC3Umidità  moderataCalcestruzzo faccia-vista ma protetto dalla pioggia
XC4Ciclicamente bagnato e asciuttoFaccia-vista esposto alla pioggia
Corrosione indotta da cloruri non mariniXD1Moderatametne umidoNebbie saline
XD2Bagnato e raramente asciuttoPiscine, calcestruzzo a contatto con acque industriali con cloruri
XD3Alternanza di umido ed asciuttoI ponti nelle parti esposte agli spruzzi provocati dal passaggio veicolare; pavimentazioni industriali e di parcheggi sia esterni che interni.
Corrosione indotta da cloruri dell’acqua di mareXS1Esposto alla sola nebbia salinaIn prossimità  della costa
XS2Sempre sommersoStrutture marine
XS3Esposto al moto ondoso o alle mareeStrutture marine
Degrado indotto da cicli di gelo e disgelo, in presenza o meno di sali disgelantiXF1Moderata saturazione d’acqua dei manufatti, senza antigeloFaccia-vista esposto alla pioggia e al gelo
XF2Moderata saturazione con antigeloFaccia-vista esposto a pioggia, gelo ed in prossimità  di strade
XF3Elevata saturazione d’acqua, nessun antigeloPavimenti esposti a pioggia e gelo
XF4Elevata saturazione d’acqua, con antigeloImpalcati da ponte e strade trattate con anti-gelo. Superfici esposte al gelo ed a foschie contenenti antigelo.
Attacco chimicoXA1Debole aggressione chimicaàˆ necessari valutare la concentrazione delle specie chimiche aggressive per il calcestruzzo (( mi riservo di scriverne in seguito ))
XA2Moderata aggressione chimica
XA3Forte aggressione chimica

Non avendo noi il carisma del poeta ed avendo l’ingegneria la “sciocca pretesa” di basarsi sul metodo scientifico e sulle scienza dure questa tabella deve essere tradotta in requisiti misurabili per poter essere utile. Detto in altre parole la durabilità  del calcestruzzo si verifica controllando altre caratteristiche, caratteristiche misurabili ((perlomeno in via del tutto teorica, come vedremo nel seguito)) .

RequisitiX0XC1XC2XC3XC4XS1XS2XS3XD1XD2XD3
(a/c)maxIT0.600.550.500.500.450.550.500.45
EU0.65 0.60 0.55
Rck, min N/mm² (( vorrete perdonarmi se anzichè mettere la dicitura europea Cxx/yy ovvero quella riportante entrambe le resistenze, cilindriche e cubiche, mi limiterò a riportare la resistenza cubica. ))IT153035404045354045
EU25303737374545373745
Contenuto di cemento mininokg/m³IT300320340340360320340360
EU260280280300300320340300300320
RequisitiXF1XF2XF3XF4XA1XA2XA3
a/cmaxIT0,500,500,500,450,550,500,45
EN0,550,55
Rck, min N/mm³IT403035354045
EU373037373745
Contenuto di cemento minino kg/m³IT320340360320340360
EU300300320340300320360
Contenuto minimo di aria %IT3%
EU4%
Altri requisitiITAggregati resistenti al gelo disgelo secondo UNI EN 1262Cemento moderatamente resistente ai solfatiCemento ad alta resistenza ai solfati
EUCemento moderatamente resistente ai solfatiCemento ad alta resistenza ai solfati

Potreste rimanere basiti leggendo questa ridente tabellina domandandovi quali siano i motivi delle differenze tra la normativa italiana e quella europea. Molti ingegneri e tecnici italiani saranno indotti a giudicare con asprezza le peculiarità  della norma italiana attribuendole a turpi ed inconfessabili motivazioni (( “a pensar male si fà  peccato ma ci si azzecca” diceva il mio illustre concittadino Achille Ratti, il papa alpinista )) e devo ammettere che anche io per molto tempo non ho nutrito una grande stima per questa tabella. Un elenco parziale delle innumerevoli obiezioni annovera:

  1. primo fra tutti: i requisiti dell’XC1 sono identici a quelli della classe di XC2. Come a dire che XC1 ed XC2 sono la stessa cosa. Dato che la definizione di classe di esposizione è nebulosa il normatore italiano ha alzato l’asticella e secondo me ha fatto bene;
  2. idem per XS2 ed XS3.
  3. le classi XF2 ed XF3 hanno per la norma italiana la stessa resistenza minima e differenti contenuti minimi di cemento; lo stesso fa la norma europea ma con le classi XF3 ed XF4

I motivi li capiamo andando a leggere le note di presentazione della tabella europea: è prevista una durata del manufatto di 50 anni, usando cemento CEM I e diametro massimo dell’aggregato compreso tra 20 e 32mm (20mm<Ømax, aggregato<32mm); la classe di resistenza desunte dalla relazione rapporto A/C resistenza per un cemento di classe 32,5. La tabella “europea” ri riferisce a cementi CEM I 32,5.

Viceversa il prospetto della norma italiana è valido per cementi 32.5 e 42.5, sempre con 20mm<Ømax, aggregato<32mm.

Non sono affatto differenze di poco conto, innanzitutto perchè CEM I è un requisito sulla composizione del cemento, mentre 32,5 e 42,5 sono un requisito prestazionale: la norma europea dà  indicazioni valide per un cemento composto esclusivamente da clicker e gesso regolatore di presa, ovvero solo uno dei centosessantadue tipi di cemento ammessi dalla normativa europea. Quasi certamente vi capiterà  di usare altri tipi di cementi per i quali la tabella europa non è valida, perlomeno non tutta.

Un altro aspetto che non sono ancora stato in grado di chiarire è il motivo per il quale anzichè dare requisiti prestazionali e misurabili la norma europa dia ancora requisti prescrittivi/composizionali; chi ha studiato un po’ le normative ed i codici di calcolo recenti avrà  notato che la tendenza di tutti i normatori da una quarantina d’anni a questa parte ed in particolare con la generi degli Eurocodici è quella di abbandonare i requisiti prescrittivo/composizionali per privilegiare quelli prestazionali. Da questo punto di vista la norma italiana è migliore di quella europea, anche se non perfetta: rimangono ulteriori requisiti composizionali di cui parlerò più avanti.

Tutto questo argomentare sul tipo di cemento utilizzato non è una disquisizione così peregrina.

Il CEM I 32,5 è un cemento tecnologicamente vetusto.

Questa mia affermazione vi potrà  sembrare forse forte e richiede una spiegazione da parte mia.

Come ho già  scritto CEM I vuol dire che è composto esclusivamente da almeno il 95% di clinker; il resto dovrebbe essere gesso (solfati) regolatore di presa, ed eventualmente filler ed additivi (solitamente coadiuvanti di macinazione). 32,5 vuol dire che in malta standard presenta resistenze superiori a 32,5 Mpa.

Un cemento del genere è realizzabile in un solo modo((sempre che tu non abbia clinker di pessima qualità )): macinando molto poco il clicker. In questo modo si ottiene un cemento grossolano con una superfice specifica molto bassa che risulta lento. Le prestazioni di un cemento 52,5 sono solitamente ottenute agendo sulla finezza di macinazione; per ottenere col solo clinker una resistenza più bassa è necessario avere una grossolana macinazione cosìì che la bassa superficie specifica abbassi la velocità  di idratazione del clinker che al termine dei 28 giorni di maturazione presenterà  un grado di idratazione assai più basso di un quanto sia raggiungibile da un cemento 52,5 presentando cosìì resistenze assai inferiori.

Indicativamente i cementi prodotti prima del 1994 avevano caratteristiche molto simili ad un CEM I.

Da ultimo affrontiamo la questione reperibilità : nessuna cementeria in Italia la produce, eppure i gruppi cementieri italiani sono tra i primi al mondo, le conoscenze sulla tecnologia del cemento proprio non ci mancano. Una velocissima ricerca mi dice che potere reperirlo in Austria, in Francia alla Dyckerhoff, in Germania (Phoenix Zement), Russia (Heidelberg Cement), in Danimarca.

Gli austriaci ne decantano le doti di basso sviluppo di calore e basse richieste d’acqua a pari lavorabilità , ma non riesco a non notare che siano caratteristiche tipiche di altri tipi di cementi che in prima battuta mi sembrano avere un’impronta ecologica più limitata (tipi III, IV e forse V).

Il professor Coppola dell’università  di Bergamo ha pubblicato delle belle schede che spiegano nel dettaglio il significato delle sigle di classificazione del cemento. L’ITC, Istituto per le Tecnologie della Costruzione del CNR Consiglio Nazionale delle Ricerche ha una bella lista dei cementi prodotti in Italia; dei 215 cementi certificati acquistabili/usabili in Italia, solo 41 sono dei CEM I e solo 11 sono dei CEM I 42,5. Tutti gli altri sono dei 52,5. Non esiste alcun cemento CEM I 32.5 prodotto in Italia.

Tra l’altro l’amore che nutrono nel nord Europa per questo “cemento fossile” mi pare piuttosto nostalgia o resistenza all’innovazione. Tanto più che – non vorrei sbagliarmi – ma i calcestruzzi confezionati con questo cemento proprio per la sua bassa superficie specifica saranno afflitti inevitabilmente da una essudazione ((bleeding per gli anglofoni)) più marcata e probabile fonte di problemi.

Per ora mi fermo qui perchè mi rendo conto di non riuscire a condensare tutto in un pezzo dalla lunghezza accettabile. Vorrei proporre per questo una serie di riflessioni, cercando per quanto possibile di integrare ragionamenti, dati e discussioni con della documentazione fotografica che perlomeno nel caso della durabilità  del calcestruzzo vale più di mille parole.

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5 risposte

  1. Gran bell’ articolo!! POsso segnalarti due piccole sviste :

    1)
    La norma europea la UNI EN 206-1 riporta la seguente definizione:

    Vediamo ora le definizioni delle varie classi:

    2)
    potreste rimanere basiti leggendo questa ridente tabellina domandandovi quali siano i motivi delle differenze tra la normativa italiana e quella EUROPA.

    Ci vediamo sul forum! 😉

  2. paolo ha detto:

    Mi sono accorto di aver omesso le indicazioni sui copriferri, per i quali è interessante andare a confrontare le indicazioni delle circolari… mi ripropongo di affrontare la cosa al più presto.

  3. Matteo Oliveri ha detto:

    Qual è la classe di esposizione di un calcestruzzo per un solaio all’aperto nei due casi faccia-vista o pavimentato ?
    Più in generale, l’assenza di “contatto diretto con l’acqua” piovana si intende soddisfatta con un rivestimento o con la posizione in superfici della costruzione non raggiunte dalla pioggia?
    Si deve distinguere il caso di superficie verticale da orizzontale/inclinata?

    Grazie

    • Paolo Redaelli ha detto:

      Il concetto di “faccia-vista” mi sembra sia applicabile alle superfici verticali o inclinate. Nel caso del solaio se la superficie di calcestruzzo è direttamente esposta non bisogna mettere in conto solo il dilavamento provocato dall’acqua o il fenomeno della carbonatazione (classi di esposizioni XC) ma anche quello provocato dai cicli di gelo e disgelo. Molto facilmente si arriva a dover prescrivere classi come XF4 se il solaio è sito in zone soggette al gelo in clima invernale.
      Se invece il solaio è pavimentato allora si può ipotizzare che rimanga asciutto e che la pioggia bagni soltanto la pavimentazione senza riuscire a raggiungere gli strati sottostanti. In questo caso manca il “complice principale” del degrado del calcestruzzo l’acqua. In mancanza di acqua la maggior parte dei processi di degrado del calcestruzzo sono bloccati oppure sono fortemente rallentati.
      Per quel che riguarda la carbonatazione la normativa distingue – proprio per le superifi verticali – il fatto che l’acqua piovana riesca a bagnare direttamente il calcestruzzo oppure no: la classe XC3 corrosione indotta da carbonatazione con umidità dell’aria moderata o alta si applica calcestruzzi in esterni con superifici riparate dalla pioggia (o in interni con umidità dell’aria moderata o alta). Se la superficie è periodicamente asciutta e bagnata invece si ricade nella classe XC4

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