Chesterton: perché quelli che sono tanto preoccupati di dare alle generazioni future un mondo migliore ci rimproverano quando difendiamo la famiglia? Chi più di un padre e una madre rimanda i propri tornaconti personali per il beneficio della generazione successiva?
di G.K. ChestertonLeggo in ogni sorta di giornali che si suppone siano insieme progressisti e popolari, che le classi lavoratrici ora cominceranno a governare il paese; che la maggioranza dei lavoratori manuali avranno il loro bravo diritto proporzionale di governo in tutte le questioni relative a istruzione e riforme umanitarie; che i poveri infine erediteranno la terra. Ma se io dico che un operaio è in grado di decidere circa l’istruzione di un figlio, che egli ha il diritto di scegliere una certa scuola o di opporsi a un certo sistema, tutti quei giornali progressisti grideranno contro di me dandomi del marcio reazionario.
Ma c’è un altro caso che è perfino più curioso. Nei lavori del signor Wells, e in tutte le Utopie e i sistemi mondiali futuristici tipici dei tempi recenti, si ripete in maniera continua e martellante che dobbiamo vivere per il Futuro, per i Giovani, per la Generazione Nascente o per il Bambino Non Ancora Nato. I tradizionali obblighi del passato sono niente e perfino i temporanei contratti e compromessi del presente sono relativamente poca cosa: ma abbiamo un dovere reale verso le generazioni future. È apparentemente l’unico dovere che rimane. Mentre calciamo i nostri nonni giù per le scale, dobbiamo stare attenti ad essere molto cortesi verso i nostri bis-bisnipoti, che ancora non ci sono; e se un’etica più illuminata dovesse mai giustificarci nell’avvelenare nostra madre in maniera indolore, sarà bene distrarre l’attenzione sognando di qualche perfetta Donna del Futuro che non ci sarà mai bisogno di avvelenare. Questi sono esempi citati solo con leggerezza e a memoria, ma nessuno negherà che la cultura attuale è effettivamente zeppa di questo concetto del vivere per i posteri. Ma è sempre al Popolo nell’insieme che tocca vivere per la Posterità nell’insieme. Se però offriamo esattamente la stessa idea in una forma concreta e presente, viene definita antiquata. La sua forma concreta è detta Matrimonio o la Famiglia. Questo richiede davvero che un uomo e una donna vivano principalmente per la generazione successiva. Richiede che entrambi, in qualche misura, rimandino i loro divertimenti personali, come divorzio e dissipazione, per il beneficio della generazione successiva. E ogniqualvolta suggeriamo questo, s’innalza un lamento sulla malvagità e crudeltà di privare i poveri cari genitori delle innocenti allegrezze del divorzio.
Come può un povero padre trarre divertimento dal divorzio, se questo godimento è funestato dal ricordo ossessivo dell’esistenza del suo proprio figlio? Di più, siamo davvero sicuri una madre riuscirà a fare ogni sera la bella vita, se c’è un neonato animato dalla strana preferenza di piangere per lei tutta la notte? Quando il problema della Posterità è presentato in questa forma concreta, i poveri vecchi Posteri si prendono il benservito. Improvvisamente il Presente diventa molto più importante del Futuro; e la generazione nascente è solo un inciampo per la generazione già nata, che intende danzare finché non casca per terra. Anche in questo caso, si dimostra che i nuovi pensatori tendono a riflettere solo in generale e hanno paura di pensare al particolare.
Come il socialista non osa confrontarsi col contadino davanti a un concreto pezzo di terra, così il sociologo osa confrontarsi coi genitori davanti a un pezzo di Posterità in carne e ossa. Altrimenti i nuovi genitori fuggiranno urlando e in certi casi adotteranno misure per assicurarsi che non ci siano Posteri per niente. Se le nuove filosofie sociali incoraggiassero con fervore le persone a pensare di più all’ambito domestico e meno al divorzio, potrei credere che esse preferiscano davvero la generazione futura alla propria. Per come stanno le cose, penso che vogliano procurare per la propria tutti i piaceri e divertimenti possibili, incluso il blando divertimento di profetizzare qualche Utopia che possa arrivare solo quando saranno morti da un pezzo. Se i loro romanzi e giornali fossero meno pieni della sublime liberazione spirituale che offre una fuga d’amore con l’autista, e più pieni del dovere e della dignità che comporta rimanere con il bambino, potrei ammettere che i loro occhi sono volti al Futuro e le loro anime piene della canzone “Il bello che verrà”.
Da G. K Chesterton, La famiglia, regno della libertà (libro distribuito dal Centro Missionario Francescano, per richiederlo: laperlapreziosa@libero.it )
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