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Ci vado io

Inchiesta Glovo a Milano, i racconti dei fattorini: «Se mi rubano la bici devo pagare io». «Mi geolocalizzano e telefonano se vedono che sono fermo»

di Luigi Ferrarella

Nomi diversi, identiche realtà: le parole dei rider nei verbali dei carabinieri. Le testimonianze mell’inchiesta per sfruttamento di 40 mila fattorini: «Siamo trattati come numeri»

Un rider che collabora con Glovo, leader del settore in Italia, nelle strade di Milano

Arrivano da Pakistan, Bangladesh, Nigeria, hanno permessi di soggiorno in bilico, alloggi di fortuna, famiglie a cui tentare di mandare qualche quattrino in patria. Ed è forse la prima volta che qualcuno (in questo caso i carabinieri mandati dalla Procura) li ascolta: 41 deposizioni di ciclofattorini Glovo, che, combinate allo studio dell’architettura informatica della piattaforma, ieri concorrono al controllo giudiziario di Foodinho srl. Racconti spesso intercambiabili, nomi diversi ma meccanismi identici.

Le parole a verbale

Ahmed: «Mi sento un numero per la piattaforma. E se mi rubano la bici o la batteria, tutte le spese sono a carico mio». Hassan: «Uso una bicicletta elettrica che ho acquistato io, ricevo in media 2 euro e 50 centesimi a consegna, con incrementi legati alla distanza o ai fine settimana e penalizzazioni in caso di ritardo, circa 10/15 consegne al giorno con punte anche di 20/25 percorrendo tra i 50 e 60 km, rimango collegato all’app per circa dodici ore al giorno dalle 10 alle 22». 

Muhammad: «Sono costantemente geolocalizzato con il gps, se sono in ritardo Glovo mi chiama per sapere perché sono fermo o perché non sto consegnando». Suman: «Il rifiuto degli ordini o i ritardi peggiorano il ranking e comportano la ricezione di meno ordini». Abu: «Non scelgo né ristorante né cliente, non esiste alcun contatto umano, tutto è gestito dall’app, non ricevo informazioni preventive sulla paga, il compenso medio è 3 euro a consegna e il guadagno mensile da 900 a 1.200 euro». 

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Ali: «Sono costretto a fare questo lavoro per sopravvivere, abbiamo anche scioperato ma non c’è stato alcun miglioramento». Samson: «Vorrei solo che la mia paga fosse un po’ più alta, anche in considerazione del fatto che siamo esposti al freddo e alla pioggia, è faticoso». Khan: non ho ancora il permesso di soggiorno e non riesco a trovare un altro lavoro, pago 300 euro al mese per un posto letto nella stanza dove vivo con altre tre persone a 35 km da Milano, spendo 200 euro al mese per prendere il treno, mando 300 euro al mese a mia madre in Pakistan».

I dati sui turni «spariti»

Per ironia della sorte, senza che all’epoca si sapesse, a metà gennaio il general manager per l’Italia del gruppo che fattura 255 milioni l’anno, ascoltato in una causa di lavoro sull’assenza di un archivio con i dati sui turni (indispensabili ai rider per provare a chiedere in Tribunale il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato o eterodiretto dal committente), rispondeva che «il nostro garante della privacy ci ha detto di cancellare tutti i dati e così è stato fatto». E come si chiama costui? «Non ricordo il nome del responsabile privacy».

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